● – L’11 GENNAIO RICORRE IL 39° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI STEFANO CECCHETTI. - Succede a Tuscania - Toscanella - 2018


Zodiac  
Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

● – L’11 GENNAIO RICORRE IL 39° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI STEFANO CECCHETTI.

Pubblicato da in Blog Toscanella ·
Voglio ricordare questo anniversario di questo nostro concittadino ucciso da un odio che ancora adesso non riusciamo a comprendere, un odio di quegli anni di piombo che ha generato tante vittime, non importa se di destra o di sinistra, giovani vittime innocenti, vittime di un odio politico che non aveva senso. Il mio pensiero è rivolto alla madre Rosita e alla sorella Carla che hanno ancora adesso dopo quasi 40 anni questa ferita aperta. luigi pica
 
 
11 gennaio 1979, quartiere Talenti, Montesacro, via Capuana angolo largo Rovani. Tre ragazzi sono seduti davanti al bar Urbano, parlano tra loro: sono Alessandro, Maurizio e Stefano. Indossano i camperos, che sono un simbolo, un manifesto identitario in questo preciso momento storico.  Si avvicina un’auto a fari spenti, è una mini minor verde metallizzato, tettino bianco, targa falsa. A bordo ci sono tre persone col volto coperto da passamontagna. L’auto si avvicina, due dei tre che si trovano a bordo si sporgono, due braccia tese, uno impugna una calibro 7,65 l’altro una calibro 9 lungo.  Per 3 minuti si abbatte una pioggia di piombo su Stefano, Alessandro e Maurizio. L’auto poi procede, svolta l’angolo, ancora spari.
 
Stefano Cecchetti viene portato in ospedale per tentare un intervento che non gli salverà la vita. I suoi due amici sono feriti. Per Alessandro Donatone urge sangue, è stato colpito al gluteo, all'anca e al polso. Il Secolo d'Italia lancia l'appello il giorno successivo. Maurizio Battaglia è ferito ad una gamba.
 
A rivendicare il vile attentato è l'ennesima sigla: "compagni organizzati per il comunismo". Dietro di essa gli inquirenti non riescono a trovare un volto, un nome. Un altro giovane è morto senza giustizia, ancora una volta assassini impuniti sono svaniti nel nulla.
 
Stefano, studente del liceo scientifico Archimede, muore a 17 anni. Un giovane senza colpa, un ragazzo sorridente e volenteroso, che si pagava gli studi lavorando, simpatizzante di destra ma con genitori di sinistra, "non negava le sue convinzioni politiche ma non le ostentava", scrive Il Secolo d'Italia, il quotidiano che è la memoria storica, spesso la sola, di quegli anni e che lo definisce come un 'giovane mite, alieno da ogni violenza'.
 
Si parla molto di questo delitto, soprattutto a sinistra. Alcuni 'compagni' la considerano un’azione assurda, perché non si deve “colpire nel mucchio”, si devono “colpire i fascisti attivi, i capi” … quasi che l’orrore non sia sparare ed uccidere di per sé. La morte di Stefano, 11 gennaio 1979, è la più semplice sintesi di quale fosse l’atmosfera in cui una generazione ha vissuto.
 
Una generazione sfortunata che ha pagato un prezzo troppo alto.
 
Stefano Cecchetti, come pure Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni, Alberto Giaquinto, sono accomunati da un solo tragico destino, insieme a molti, troppi altri. Ogni ricorrenza è una ferita che si riapre. Il mese di gennaio, poi, è tristemente un mese di lutto per un'intera comunità. In pochi giorni, dal 7 all'11, è racchiuso un dolore senza fine. Un dolore che si alza muto nel cielo e guarda giù, sulle bassezze degli uomini. Un dolore talmente grande che acquisisce sublimità rispetto alla viltà umana, che la osserva dall'alto e ne ha persino pietà. Un dolore rispetto al quale le miserie umane sono davvero poca cosa. Un dolore che è di tutti, prima di tutto di quella generazione sfortunata che ha vissuto l'orrore di quegli anni, di quei ragazzi a cui è stato spento il sorriso, di quelle mamme a cui è stato spezzato il cuore, di quei padri a cui è stata schiantata la vita, di quelle sorelle e di quei fratelli che hanno perduto una parte di sé. Quel dolore appartiene a tutti quei cantori che per anni hanno raccontato - loro soli - quelle storie, mentre il mondo andava avanti e dimenticava, o peggio calpestava. Poi, è il dolore di chi è venuto dopo, di chi oggi, dopo decenni, vuole continuare a ricordare, perché la memoria è un patrimonio irrinunciabile, ed è di ciascuno.
 
Francesco Mancinelli, tra gli altri, in Generazione '78 canta quel dolore. C'è una frase di quella struggente canzone che fa venire i brividi e che racchiude, in poche parole, l'atmosfera di quei giorni, di quei mesi, di quegli anni: 'E tua madre piange sola e ti osserva dietro i vetri. Perché sa che non perdona questa guerra'.
 
L'ultimo viaggio di Stefano
 
Nessuna tessera di partito. Nessun precedente politico noto per Stefano Cecchetti, ucciso solo perché si era ritrovato, con due suoi amici, in un bar del quartiere Talenti che nell’immaginario collettivo di quegli anni violenti era un ritrovo privilegiato per i militanti della destra. Una morte assurda la sua, per la quale gli inquirenti per l'ennesima volta non furono in grado di individuare i responsabili.
 
Una morte che piombò sulla famiglia di Stefano come un macigno, pesantissimo anche perché drammaticamente inaspettato. I suoi genitori, quando seppero che per lui non c'era più nulla da fare, ebbero un malore e non riuscirono nemmeno ad effettuare il riconoscimento. Fu infatti la sorella Carla ad avvicinarsi al lettino della sala operatoria e a fissare per l'ultima volta il corpo di quel giovane innocente, ancora con gli occhi semichiusi. Ancora coperto di sangue.
 
Il giorno dei funerali fu lei che lo vestì per l'ultima volta, con un maglione a girocollo e le sue amate Clarks color sabbia. Ad accompagnare suo fratello nel suo ultimo viaggio, Carla non fu però da sola. Insieme a lei c'era infatti tutta Tuscania, il paese in provincia di Viterbo di cui la famiglia era originaria.
 
Ad accompagnare il feretro di Stefano fino alla chiesa della Madonna del Riposo, una inevitabilmente triste ma numerosa carovana di macchine. Ma non solo. Insieme a parenti, amici e compagni di scuola del giovane studente, c'erano anche tantissime persone “qualunque”. Gente di ogni età e condizione sociale, che voleva onorare la memoria di quel ragazzo semplice, simpatico e allegro, che amava giocare a flipper e incontrarsi con gli amici in quel maledetto bar di Talenti.
 
“L'officiante la cerimonia funebre – si legge in un intenso articolo del Secolo d'Italia sui funerali di Stefano - nella sua omelia ha invitato i presenti a ricordare questa giovane vittima della violenza ed a cooperare perché l'odio abbandoni le coscienze e non insanguini più le strade delle nostre città. Che il sangue innocente di Stefano plachi gli odi e le vendette e serva alla pacificazione degli animi ha detto”.
 
Durante il rito funebre, quasi a voler sottolineare la partecipazione collettiva ad una tragedia che va oltre i confini di una singola famiglia, la vita di Tuscania si è fermata. Negozi chiusi, saracinesche abbassate, silenzio. Quello stesso silenzio che regnava tra i numerosi compagni di scuola di Stefano presenti al funerale, che al termine della cerimonia funebre lo hanno accompagnato fino al cimitero.
 
Con loro, si legge ancora sul Secolo, “erano idealmente presenti tutti i giovani che hanno espresso esecrazione per l'orrendo agguato di Talenti, i giovani che dicono no all'odio, alle prevaricazioni, alle fazioni, che sono stanchi di essere strumentalizzati, plagiati, trascinati da coloro che, in nome di aberranti e falsi principi rivoluzionari, ritengono che la lotta politica debba essere condotta con metodi violenti”.
 
Il ricordo di un suo amico
 
“Stefano lo conoscevo bene. Zona Talenti, via Davanzati. Stesso condominio, scala di fronte, balconi che affacciavano sullo stesso cortile. E poi la stessa scuola, la colonia estiva in montagna, le partite a pallone. I ricordi di una infanzia condivisa, le corse nei prati circostanti non ancora coperti da altri mille palazzi, le comuni scorribande. Un quartiere dove all'epoca si respirava ancora l'area della periferia. Ricordo perfettamente l'amico Stefano. Lui aveva sicuramente maturato una sua visione del mondo, ma non era un militante politico. La sua “colpa” è stata quella di avere amici che frequentavano un bar catalogato tra i covi neri. La sua disgrazia è stata quella di essersi fermato lì quel giorno, a quell'ora.
 
Ho appreso dalla Rai della sua morte. È strano quanto, in quegli anni, eravamo attenti ad ascoltare dal telegiornale o a leggere sul Secolo d'Italia del giorno dopo, le notizie su dove e a chi capitava qualcosa.
 
La sera dell'undici gennaio 1979 ho sentito il nome di Stefano. I miei genitori hanno chiamato immediatamente un vicino con il quale eravamo rimasti in contatto (in quel tempo risiedevamo a Frosinone). Ricordo che mio padre, avuta la conferma che si trattava del “nostro” Stefano, è sbiancato. Di quella telefonata, c'è un particolare che mi è rimasto impresso per sempre: tutti avevano sentito il rumore che la pistola automatica aveva prodotto, ma, non essendo abituati a queste cose, avevano attribuito la rapida successione di colpi a dei fuochi artificiali, residuo del capodanno appena passato.
 
Ho sempre pensato a queste parole immaginando cosa aveva potuto provare Stefano in quel breve attimo che passa tra l'udire il colpo di pistola e il rendersi conto che il sangue sgorga dal tuo corpo. Chissà cosa ha provato. Quanto dolore e stupore in quel momento!”
 
Francesco Paolo Capone



Nessun commento

Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu