Federico II di Svevia e Tuscania. - Toscanella

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Federico II di Svevia e Tuscania.

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Il periodo comunale
FEDERICO II DI SVEVIA E TUSCANIA.

Nel frattempo si andavano addensando nuove nubi di guerra nel Patrimonio. I rapporti, sanati nel 1230, tra Federico II e il Papa, si erano nuovamente incrinati e definitivamente spezzati, con la scomunica del marzo 1239.

Divenuta poco solida nell’Italia settentrionale la posizione dell’Imperatore, questi cercò di colpire il Papa nel suo stesso territorio, incominciando dal Patrimonio.
Già ai primi del 1240, aveva occupato Orte; nella metà di febbraio era a Viterbo. Anche a Tuscania la fazione ghibellina prendeva il sopravvento ed apriva le porte a Federico II, che, il 2 marzo, entrava personalmente in Città e, nei giorni successivi, occupava Montalto, Corneto e Vetralla.

Allontanatosi poco dopo dalla Tuscia, l’Imperatore aveva ripreso le trattative con il nuovo Papa Innocenzo IV. L’improvvisa rivolta di Viterbo (9 settembre 1243) contro i soprusi dei soldati imperiali, che furono assediati in. S. Lorenzo, nel cuore della città, richiamò Federico, che pose l’assedio a Viterbo.

Oltre ai suoi, Federico contava nell’aiuto degli altri centri del Patrimonio, tra i quali emergevano Tuscania, Vetralla, Montefiascone e Vitorchiano, che si accanivano a distruggere le campagne e a razziare le mandrie di bestiame dei poveri Viterbesi assediati.
Fu in quell’occasione (primi di novembre 1243) che i Tuscanesi chiesero, e Federico confermò loro, con parole piene di lodi interessate per l’aiuto prestato, l’uso del porto montaltese delle Murelle: ora i Tuscanesi potevano esplicare liberamente il commercio nel porto, per diretta concessione sovrana, non per accordi stipulati con l’altro Comune interessato. Ancora oggi il diploma di Federico II rappresenta uno dei "pezzi" più preziosi dell’Archivio Storico tuscanese.

Non fu certo un momento fortunato per l’Imperatore, che dovette abbandonare l’assedio ed intraprendere le trattative, tramite qualche cardinale. Il Papa scriveva (16 marzo 1244) ai Viterbesi, tranquillizzandoli che tutto si sarebbe risolto per il meglio, e Tuscania, Vetralla, Montefiascone e Vitorchiano avrebbero pagato, fino all’ultimo centesimo, i danni arrecati loro durante l’assedio.

Ma le trattative tra Papa ed Imperatore non giungevano a conclusione. Federico tornò nel Patrimonio con l’intenzione di catturare il Papa, che però riuscì a fuggire in Francia, a Lione, dove raccolse tutte le forze disponibili: per Federico fu l’inizio della fine.
A poco a poco le forze della Chiesa riuscirono a recuperare tutto il terreno perduto. Tuscania subì notevoli danni, perché nel suo territorio avvennero spesso scontri tra gli imperiali, lasciati da Federico, e l’esercito dei pontifici. Soltanto nel 1245 la cavalleria orvietana, agli ordini di Ranuccio di Pepone Farnese, riuscì a riconquistare Tuscania alla Chiesa. I ghibellini furono cacciati e i guelfi ripreso il potere. Anche Corneto, Tolfa e Vetralla furono tolte agli imperiali.

Per provvedere ai risarcimenti dei danni, il 5 maggio 1247, Papa Innocenzo IV scrisse, da Lione, al "prefetto" Pietro III di Vico (già alleato dell’Imperatore, ma tornato fedele al Papa quando le cose cominciarono a mettersi male per Federico), ordinandogli di provvedere alla punizione dei Tuscanesi, dei Vetrallesi e dei Tolfetani, perché "avevano abbandonato la Chiesa Romana come figli degeneri".

Intanto i ghibellini tuscanesi, scacciati nel 1245, non si davano per vinti e cercavano, con ogni mezzo, di riprendere il potere in Città. Messisi d’accordo con le forze ghibelline di Viterbo, Vetralla e Corneto, finalmente nel 1253, riuscirono nell’impresa: i guelfi furono scacciati e banditi da Tuscania, che divenne nuovamente ghibellina e tale rimase per un lungo decennio.
 
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